ArcheologiaDimore all’ombra del Vesuvio
La costa vesuviana, fin dall’antichità, fu luogo prescelto per ospitare le case di villeggiatura.
Già ai tempi dei romani, Strabone, storico e geografo di Amosea nel Ponto, si meravigliò nel vedere lungo il litorale vesuviano un’ininterrotta fila di ville e di giardini.
In realtà, le prime abitazioni sulle pendici del Vesuvio sorsero in età Greca ed interessarono la fascia costiera, per poi occupare, in epoca romana, anche zone dell’interno.
Difatti, ci fu una vera e propria colonizzazione agricola, sollecitata dalla particolare fertilità del terreno che compensò la paura delle eruzioni vulcaniche.
Così anche l’aristocrazia del XVI secolo investì nella campagna vesuviana.
Intorno al 1530, sorge, a Portici, la rinascimentale Villa Leucopetra, appartenente a Bernardino Martirano, segretario del Viceregno al tempo di Carlo V, la quale fu celebre, oltre che per i suoi pregi d’arte, anche per aver ospitato l’imperatore Carlo V d’Asburgo di ritorno dall’impresa di Tunisi del 1535.
Questo periodo segna l’inizio di una nuova fortuna dell’area vesuviana, durante il Viceregno retto da Don Pedro di Toledo, si assiste ad un fenomeno d’inurbamento dato dal fatto che ogni proprietario di villa ne è già di una residenza urbana, perciò le dimore vesuviane, sono palazzi rustici destinati alla gestione di fondi agricoli.
Nel 1738, Carlo di Borbone incarica la costruzione di una Reggia a Portici, e così nobili e cortigiani presero ad imitarlo e in pochi decenni la zona che si estendeva da Barra a San Giorgio a Cremano, da Portici a Resina fino a Torre del Greco, si arricchì di ville.
I nobili borbonici scelsero per le loro dimore i migliori architetti: Sanfelice, Fuga, Vanvitelli, Gioffredo ed altri degni di rispetto. 
Gli architetti, adeguandosi alla volontà dei loro committenti eseguirono facciate riccamente decorate e scenografiche, facendo sfoggio del loro talento soprattutto nelle parti interne, spalancate sul mare o sul Vesuvio, riservate al godimento dei padroni e degli ospiti.
Gli esterni erano ricchi di stucchi mentre gli interni erano decorati da affreschi preziosi, da drappi e dalle sete più pregiate. Immancabile il gioco delle terrazze e del viale centrale, ampio e rettilineo.
Espediente che ricorre sovente nei giardini delle ville vesuviane, esso è utilizzato per creare una particolare visione prospettica che unisce edificio e giardino, da un lato verso il Vesuvio, dall’altro verso il mare.
Tipico esempio si trova nella cosiddetta Villa del Cardinale a Torre del Greco, dove il viale termina con una nicchia, probabilmente contenente una statua di San Gennaro.
L’effige del Santo nel gesto di fermare la lava è un altro elemento frequente nelle Ville vesuviane: ciò indica che pur costruendo alle pendici del Vesuvio si nutriva una reale preoccupazione di fronte alle gravi distruzioni provocate dalle periodiche eruzioni.
E’ noto l’aneddoto secondo cui il re Carlo di Borbone a chi gli rammentasse che la Contrada di Portici fosse alle falde di un vulcano, replicasse con animo sereno: “Ci penseranno Iddio, Maria Immacolata e San Gennaro”.
Gelsomina Tappeto
Archeoclub d’Italia Onlus
Sede di Torre del Greco
GEOLOGIA DEL GIGANTE
«Non posso darvi una descrizione più precisa della sua forma se non paragonarla a quella di un albero di pino; infatti si elevava a grande altezza come un enorme tronco, dalla cui cima si disperdevano formazioni simili a rami. Sembrava in alcuni punti più chiara ed in altri più scura, a seconda di quanto fosse impregnata di terra e cenere» così Plinio il Giovane narrava l’eruzione del 79 d.C.. Il Somma-Vesuvio rappresenta uno dei più grandi e pericolosi vulcani tutt’ora attivi. Esso si estende all’interno di un vasto graben (Fig.1) definito “Piana Campana” (Fig.2) che si sviluppa per molti chilometri ed è limitata a Nord dal M.te Massico, a Nord-Est dai M.ti di Caserta, a Est dai M.ti di Sarno, a Sud dai M.ti Lattari e dalla Piana del Sarno e ad Ovest dal Mar Tirreno.
Lungo i margini della “Piana Campana” sono ben individuabili i fenomeni tettonici che hanno determinato l’abbassamento della stessa, in particolare si evidenziano strutture definite faglie che, con orientamento NE-SW e NW-SE, hanno deteminato e vincolato il graduale sprofondamento delle rocce carbonatiche appartenenti a due distinte unità tettoniche sovrapposte che affiorano tutto intorno al graben e che sono costituiti prevalentemente da depositi alluvionali e vulcanici quaternari.
La vasta zona è stata interessata da grandi fenomeni vulcanici che hanno modificato la geomorfologia il cui risultato è ciò che oggi osserviamo. Da studi effettuati, ad opera di sondaggi profondi ed indagini geofische, è stato possibile effettuare tutta una serie di correlazioni stratigrafiche. Evidente è la presenza della formazione ignimbritica del “Tufo Grigio Campano” affiorante, prevalentemente, lungo i margini della Piana Campana e di sovente ricoperta da terreni sciolti, piroclastiti ed alluvioni recenti. Questa eruzione è di circa 34.000 mila anni fa e fu un fenomeno che sconvolse l’intera Piana Campana, localizzato nella zona dei Campi Flegrei, si è stimato che furono deposti circa 100 miliardi di metri cubi di materiali piroclastici (ceneri e lapilli) su una vasta area di 10.000 kmq. Lo spessore del tufo attualmente visibile varia dai 15 a i 20 mt. I Greci se ne servivano a Cuma per realizzare il sottofondo delle strade lastricate. I Romani, sempre a Cuma, lo utilizzarono per la costruzione di muri di contenimento, per la terrazza del tempio di Apollo o come materiale di riempimento. In seguito vi furono ulteriori fenomeni eruttivi se pur di minore entità che, comunque hanno contribuito alla morfologia attualmente visibile. Circa 12.000 anni fa, sempre da bocche localizzate nell’area orientale dei Campi Flegrei si verifico un’altra grossa eruzione vulcanica di tipo esplosivo che, con circa 40 miliardi di mc di ceneri e lapilli, copri un’intera area di 500 kmq. Questo materiale eruttato, detto “Tufo Giallo Napoletano”, svuoto in parte la camera magmatica dei Campi Flegrei ad oggi sono ancora rinvenibili, nell'area napoletano-flegrea e nella Piana Campana fino ai rilievi dell'Appennino, i depositi vulcanici associati. Conseguenza dell’evento eruttivo fu la formazione di una caldera che determinò lo sprofondamento di un’area che comprende parte dei Campi Flegrei e della baia di Pozzuoli.
Altra struttura vulcanica è la caldera del Monte Somma conseguenza della completa distruzione di un cono vulcanico dovuto ad una eruzione vulcanica di tipo esplosiva che, rappresenta l’involucro di un secondo apparato vulcanico il Vesuvio. Le eruzioni del Vesuvio sono state sia di tipo esplosivo che effusivo. La più famosa è quella esplosiva che nel 79 d.C. distrusse Ercolano e Pompei, ma se ne conoscono molte altre altrettanto distruttive.
Termini utilizzati:
Faglia: è una frattura (planare o non planare) della roccia che mostra evidenze di movimento relativo tra le due masse rocciose da essa divise.
Graben: porzione di crosta terrestre sprofondata a causa di un sistema di faglie.
Caldera vulcanica: è una cavità di grosse dimensioni formatasi per collasso degli strati di roccia sovrastanti una camera magmatica in seguito allo svuotamento della stessa, spesso successivamente ad un'eruzione di notevole entità.
Rosario Santanastasio
Archeoclub d’Italia onlus
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